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Lavoro e Stato Sociale: il Job Act di Matteo Renzi

“Bisogna riformare drasticamente, agendo su due binari paralleli: il lavoro e lo Stato Sociale“. Questo inciso, che proviene dalla bocca di Davide Faraone, responsabile Welfare del nuovo Partito Democratico, riassume in poche e semplici parole le basi fondanti di questo Job Act di cui Matteo Renzi parla da mesi e che dovrebbe vedere la luce a Gennaio.
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Lavoro e Stato Sociale sono dei punti cardine fondamentali per una riforma profonda e sostanziale in direzione di uscita dalla crisi, certo è che sono state un po’ meno condivise da media e cittadini le dichiarazioni riguardo la direzione in cui il PD propone di riformare il mercato del lavoro. Si parla di articolo 18, della cosiddetta flexsecurity, ma anche di ammortizzatori sociali e di reddito minimo.

 

Una task force che quest’anno dovrà mangiare leggero il giorno di Natale perché ha i minuti contati e non sono ammessi ritardi: questo è il team che sta lavorando al Piano per il Lavoro del Partito Democratico, chiamato Job Act con piglio più europeo, di cui si prevede la presentazione tra circa un mese. Sono tante le mani impegnate nel progetto: quelle di Yoram Gutgeld in primis, ma anche quelle di Filippo Taddei, responsabile Economia, quelle di Davide Faraone, responsabile Welfare, quelle di Marianna Madia, responsabile Lavoro, il tutto supervisionato da Maria Elena Boschi.

 

L’idea di Renzi di eliminare l’articolo 18 dai nuovi contratti è quella che ha più allarmato sindacati e lavoratori: basti pensare alla gigantesca mobilitazione, guidata da Sergio Cofferati, che portò in strada 3 milioni di persone quando al tempo Berlusconi provò a toccarlo. In realtà l’idea che muove questa modifica ha delle premesse totalmente diverse. Il piano per il lavoro del PD non vuole “togliere” nulla ai lavoratori, quanto “aggiungere”: la modifica all’articolo 18 è un intervento necessario per combattere i “finti” contratti a progetto e le “finte” partite IVA. L’obiettivo è quello di creare un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato per i neoassunti, che elimina il reintegro garantito dall’articolo, ma mantiene intatta la questione dell’indennizzo garantito da quest’ultimo.

 

Il PD sembra dipingere un futuro in cui avremo un mercato del lavoro con meno garanzie da un lato, ma che sarà caratterizzato invece da una rete di ammortizzatori sociali che in Italia sono oggi assenti. Timidamente si torna a parlare di sussidio universale, puntando il dito contro il sistema della cassa integrazione e della mobilità che privilegiano solo alcuni lavoratori. Faraone, tra i sostenitori di questa idea, definisce addirittura “intollerabile” l’assenza di un provvedimento simile che possa tagliare definitivamente le gambe al precariato.

 

Il piano del lavoro proposto suggerisce, in sostanza, una nuova dimensione che non fa parte della tradizione del mondo del lavoro italiano: l’eliminazione del posto fisso. L’ispirazione per queste riforme viene infatti dal Nord Europa: la flexsecurity è infatti presa in prestito dalla Scandinavia, un Paese in cui c’è un mercato del lavoro caratterizzato da altissimi livelli di flessibilità e dinamismo, accanto a un complesso e funzionale sistema di ammortizzatori sociali. Una realtà molto diversa dalla nostra, ma che sembra essere estremamente efficiente. Ci sono punti di notevole criticità nell’importazione di un modello tanto diverso, ma è anche vero che adattarsi non è impossibile.

 

Meglio rischiare una strada nuova e potenzialmente pericolosa oppure rimanere impantanati nelle dinamiche che ben conosciamo? Aspettiamo di leggere questo rivoluzionario Job Act.

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