Storie di ordinaria crisi: licenziato perché arrotondava la cassa integrazione con un lavoro in nero

Arrotondava la cassa integrazione con un lavoretto in nero, l’INPS lo ha scoperto e ha perso il lavoro. Una storia che lascia in bocca dell’amaro, ma che purtroppo non è né sarà l’unica in questo delicato momento storico. Dovremo farci l’abitudine o continueremo a indignarci?

Legalmente indifendibile eppure moralmente nel giusto, questa è la storia di un cassintegrato della Fincantieri di Sestri Ponente che oltre a percepire la cassa integrazione e l’assegno relativo ai corsi professionali (200 miseri euro più i buoni pasto) si era procurato un lavoretto in nero per portare in casa qualche soldo in più. La legge parla chiaro: chi percepisce la cassa integrazione non può avere un altro lavoro, legale ovviamente. I controlli dell’INPS lo hanno scoperto e l’iter era già definito: inchiesta disciplinare, sanzioni e buttato in strada. Non c’è legge che tenga, ma è inevitabile la morsa al cuore leggendo queste cose. E ora cosa farà? Ha una famiglia? Il suo era l’unico “stipendio”, se così è possibile chiamare quel compenso da fame, in casa? E come farà ora con i figli? Le domande sono lecite, e non c’è morale che tenga perché di fronte alle difficoltà economiche siamo tutti uguali.

 

E nonostante sia fuori legge e la legge, si sa, non ammette ignoranza, si aprono molti interrogativi su quelle che sono le alternative “legali” per reinventarsi e rimettersi in gioco legalmente.
Come i corsi professionali, che servirebbero per reintegrare i lavoratori nel mondo del lavoro, per aiutarli a reinventarsi: “I corsi avrebbero un senso se servissero, – dice un cassintegrato intervistato dal Secolo XIX di Genova – ma ci parlano di psicologia e altre cose. La psicologia gliela potremmo spiegare noi, quella di chi non sa quale sarà il suo futuro”. Parole amare, ma che illuminano su quella che è la realtà di molti corsi professionali che sono tutto fuorché realmente professionalizzanti: tante belle parole, ma che alla fine per il lavoratore non valgono di più del misero assegno che incassano come indennizzo per la frequenza.

Eppure le soluzioni ci sarebbero, e paradossalmente vengono proprio da chi è dentro la crisi fino al collo, come i cassintegrati del famoso stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente: “Potrebbe essere molto più utile se in questa fase, al posto di corsi che nulla ti insegnano per reinserirti, ci usassero per pulire i fiumi o dare una mano alla Protezione Civile”. Buone idee a cui se ne potrebbero aggiungere delle altre, se ci fosse un orecchio potente a dargli ascolto.

 

Una storia che probabilmente non rimarrà isolata, visto che i controlli dell’INPS si stanno facendo controlli più severi e lo stabilimento di Sestri da solo tiene in bilico quasi 4.000 posti di lavoro.
Ci abitueremo a queste tristi storie, a furia di leggerle ogni giorno sul giornale, o cominceremo a urlare idee ad alta voce fino a che qualcuno dall’alto volti la testa verso i lavoratori?

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