La Generazione Sedata: A 40 Anni si è ancora giovani?

Michele Serra, un paio di mesi fa scriveva a proposito di una manifestazione di studenti, e giovani in generale: “come non provare solidarietà verso chi prova a sovvertire qualcosa, chi prova a rivendicare, ma poi mi ritrovai a sentire un coro contro i poliziotti che diceva Basco nero morirai al cimitero,. Sì, era lo stesso di più di quarant’anni fa.

una fotografia di una realtà che però a quei giovani a cui lui si riferisce sembra essere immutabile, un destino ineluttabile, non conoscono un altro modo per reagire, se non l’essere spettatori della propria vita. Ecco, questo è l’emblema dei giovani di oggi. Ma ancora più emblematica è la domanda: ma chi sono i giovani oggi, fino a quanti anni si è giovani?
Tendenzialmente, prima, pressappoco fino a dieci anni fa, uno era giovane fino a che non disponeva di una propria autonomia – economica prima di tutto – grazie alla quale formava una famiglia, comprava una casa, iniziava a programmarsi delle vacanze estive, che poi forse per i prossimi vent’anni sarebbero state sempre le stesse. Oggi, se tutto va bene, questo si inizia a farlo tra i trentacinque e i quarant’anni. Quindi a quarant’anni si è giovani?
Una generazione che canta cori di quaranta anni fa contro i poliziotti è una generazione morta, e non perché non abbia inventiva, non perché non abbia le potenzialità, ma perché è stata sedata; è stata convinta, che tanto non cambia nulla, e che se qualcosa deve cambiare certo non può partire da loro.

Un ragazzo, una ragazza che oggi ha tra i venticinque e i trent’anni, è lo stesso che è cresciuto con una politica immobile, focalizzata solo e soltanto su se stessa, un bombardamento televisivo di spot – e per spot s’intende qualsiasi cosa non sia argomentata, ma lanciata come un singolo messaggio, o sei pro o sei contro – un sistema lavorativo che non permette più di fare massa, aumentando vertiginosamente il numero e la tipologia d’inserimento contrattuale non c’è più possibilità di costruire una “lobby”, il co.co.co spera che quello con il contratto a progetto venga fatto fuori, mentre lo stagista si confronta con l’altro con il contratto di apprendistato e realizzano che in realtà stanno meglio dell’amico che ha il lavoro a chiamata, e poi ce n’è un altro ancora pagato come prestazione occasionale, quando quello che quel ragazzo fa di occasionale non ha nulla. E mica si può rifiutare quando le condizioni di lavoro sono indegne, sembra di perdere comunque l’occasione della vita, quattrocento euro al mese, si ma stai imparando, si ma lavoro da tre anni, eh sarai lento ad imparare.

C’è un unico filo che collega mondo universitario a quello del lavoro, l’unica speranza è l’università privata, quella che si non sarà sicuramente meglio della pubblica, ma almeno hai dei contatti. Così, forse, puoi sperare che se la dice bene dopo un paio di anni di lavoro, puoi addirittura affittarti una casa e mangiare sia a pranzo che a cena. Ma per fare tutto questo alle spalle devi avere una famiglia che ti sovvenzioni, e che lo faccia per parecchi anni, fino a quando finisci di essere giovane, insomma.
Sicuramente, c’è poi tutto un mondo di giovani svogliati, incapaci, di giovani impigriti, che si trincerano dietro il sistema che non funziona per non provare a mettersi in gioco, ce ne sono così tanti che alcuni di quelli che vivevano la gioventù allo stesso modo negli anni settanta, oggi sono dei baby pensionati, o sono quelli che si ricordano come si vivesse bene negli anni ottanta, che lavoravano in ospedale magari e ai tempi le assunzioni le facevano anche se il personale era in eccesso, perché tanto mica paga qualcuno in sanità, o comunque quel qualcuno è sempre un altro.

Le aziende potrebbero investire di più sui giovani, le famiglie educarli in maniera differente, l’università diventare meno teorica e più pragmatica. Ma tutto questo basta? Ne usciamo così? I giovani, tutti, devono tornare a fare politica, a capirla, a creare gruppi con interessi comuni, e il gruppo poi se ci si mette fa massa, a interessarsi di loro stessi, a non delegare, ad avere un approccio critico alle cose, a fruire in modo diverso del flusso ininterrotto di informazioni delle quali dispongono. Tutto questo è fare politica, e bisogna farlo perché altrimenti se ne interesserà un altro al posto loro, per l’ennesima volta, e senza un epilogo differente.

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