Stress lavorativo e burnout: 8 giovani su 10 pronti a lasciare il posto di lavoro

I giovani lavoratori sono i più colpiti, con l’80% dei dipendenti appartenenti alla Generazione Z e ai Millennial che sarebbe pronto a lasciare il lavoro a causa di una cultura aziendale tossica.

Sintomi e cause del burnout

I conflitti interpersonali, la mancanza di chiarezza riguardo a compiti, responsabilità e obiettivi, la pressione legata alle tempistiche e al carico di lavoro possono portare a confusione, stress e scarsa produttività, determinando il burnout dei dipendenti, una condizione medica associata allo stress cronico sul lavoro non adeguatamente gestito, ufficialmente riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le cause principali dello stress lavorativo tra i giovani

Sono i dipendenti di aziende più piccole, che non ricoprono posizioni manageriali, e i lavoratori più giovani a riferire sintomi di burnout più elevati. Infatti, secondo quanto emerge da un recente sondaggio pubblicato su People Management, circa il 50% dei dipendenti appartenenti alla Generazione Z e ai Millenial si sente stressato sul posto di lavoro per la maggior parte del tempo, mentre circa l’80% sarebbe addirittura pronto a rassegnare le dimissioni a causa di una cultura aziendale tossica.

L’impatto del burnout sull’economia

Uno scenario con un considerevole impatto (ovviamente negativo) sull’economia: il calo della soddisfazione lavorativa registrato dal 2020 ad oggi potrebbe impattare sull’economia globale con una perdita di circa 8,8 trilioni di dollari in termini di produttività.

La situazione in Italia nel 2024

Un allarme che riguarda anche il nostro Paese: anche i lavoratori italiani, infatti, sono insoddisfatti e stressati: non ritengono la carriera prioritaria ma, neanche a dirlo, puntano a stipendi congrui e al proprio benessere, anche sul posto di lavoro.

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In Italia, solo tre persone su dieci si dichiarano pienamente soddisfatte della propria posizione lavorativa e circa una su due si sente abbastanza apprezzata e stimata sul posto di lavoro, evidenzia una recente ricerca firmata Maw, che ha l’obiettivo di indagare bisogni, desideri e priorità dei lavoratori italiani in un momento di grandi sfide per il settore, e per fornire alle imprese uno strumento utile ad affrontare l’incremento del mismatching tra domanda e offerta di lavoro.

Nella penisola un lavoratore su 2 lotta in silenzio contro i problemi di salute mentale.

Misurare e prevenire il burnout

“Questi dati sottolineano la necessità, per le imprese, di monitorare costantemente il clima aziendale – spiega Francesca Verderio, training & development practice leader di Zeta Service, azienda italiana specializzata nei servizi hr e payroll – conoscere le esigenze e le opinioni dei dipendenti è fondamentale per migliorare tutti gli aspetti della vita lavorativa.

Facilmente si scivola nel pensare che l’intenzione di abbandono del posto di lavoro sia legata a tematiche retributive o di carriera o dal competitor che corteggia i propri dipendenti con offerte ‘irrinunciabili’, quando in realtà si tratta di problematiche meno evidenti, rilevabili attraverso strumenti di ascolto più profondi”.

“Tra questi, l’analisi del clima è particolarmente immediato ed efficace, permettendoci di capire che cosa pensano le persone dell’azienda rispetto al luogo di lavoro e quindi, per esempio, il senso di appartenenza, il committment, quanto l’azienda si prenda cura delle proprie persone in termini di benessere psicologico e salute, il supporto offerto dal proprio team, l’equità o l’eticità dei comportamenti manageriali, piuttosto che le possibilità di formazione o di percorsi di carriera”, spiega ancora.

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Il ruolo delle nuove generazioni

Le nuove generazioni, con la loro sensibilità verso questi temi e la loro familiarità con la tecnologia, possono essere una forza trainante per un cambiamento positivo nel mondo del lavoro. Promuovendo una cultura del lavoro sano e sostenibile, le nuove generazioni possono contribuire a ridurre la sindrome da burnout e migliorare il benessere di tutti i lavoratori.

In particolare, possono contribuire a diffondere nuove abitudini lavorative: tra queste, adottare e promuovere modelli di lavoro flessibili, come il telelavoro o l’orario flessibile, che favoriscano un migliore equilibrio tra vita lavorativa e privata; implementare e difendere il diritto alla disconnessione, ossia la possibilità di staccare la spina dal lavoro al di fuori dell’orario lavorativo; stabilire dei limiti chiari tra lavoro e tempo libero, evitando di controllare le e-mail o rispondere alle chiamate lavorative fuori dall’orario di ufficio.

Ancora, possono incentivare un vero e proprio cambiamento culturale: innanzitutto, sfidando le culture aziendali tossiche che promuovono il superlavoro e l’ipercompetizione; incoraggiando un ambiente di lavoro collaborativo e supportivo, basato sulla fiducia e sul rispetto reciproco; promuovendo una cultura del feedback costruttivo e del riconoscimento dei meriti, per aumentare la motivazione e la soddisfazione lavorativa.

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Autore
Ortensia Ferrara
Ortensia Ferrara
Classe ’83, giornalista pubblicista dal 2007, laureata in scienze della comunicazione dal marzo 2008, appassionata di scrittura creativa, giornalismo e comunicazione da sempre. Pignola, puntuale, permalosa e inguaribilmente pessimista, curiosa, noiosa e ironica.