«Education at a Glance» 2022: come incide il sistema dell’istruzione italiana sull’occupazione e il salario

L'edizione di quest'anno mette l'accento sull'istruzione universitaria

È la fonte autorevole di dati sullo stato dell’istruzione nel mondo e fornisce informazioni sulla struttura, le finanze e le prestazioni dei sistemi educativi nei paesi dell’Ocse e nelle economie partner. Si tratta dell’«Education at a Glance», il consueto rapporto annuale sull’analisi del sistema didattico dei 36 Paesi membri dell’Ocse – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, presentato lo scorso 3 ottobre dalla Fondazione Agnelli e da Save the Children al cospetto del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.

Cosa mostra l’«Education at a Glance» 2022

Nella pubblicazione sono contenute informazioni chiave sui risultati delle istituzioni educative; l’impatto dell’apprendimento; l’accesso, la partecipazione, il progresso e le risorse finanziarie investite nell’istruzione; gli insegnanti, l’ambiente e l’organizzazione delle scuole. L’edizione 2022 in particolare si concentra sull’istruzione terziaria, esaminandone l’aumento del livello e i vantaggi per gli individui e per le società, considerando inoltre i suoi costi e come la spesa per l’istruzione sia suddivisa tra Stato e individui. Un capitolo specifico è dedicato inoltre alla crisi COVID e al passaggio dalla sua gestione alla ripresa; e infine occupa un posto privilegiato nell’edizione di quest’anno l’istruzione universitaria.

La situazione in Italia

Secondo il rapporto dell’«Education at a glance» 2022, rispetto agli altri Paesi dell’Ocse, l’Italia è una delle Nazioni in cui la laurea non è un titolo ambito tra i giovani dai 25 ai 34 anni, nonostante si sappia che, aumentare le proprie competenze, garantirebbe un considerevole profitto economico. In base alla statistica infatti, solo il 20% degli italiani si laurea e dal 2000 al 2021 la percentuale è salita lentamente rispetto agli altri Paesi membri.

Non solo, anche le percentuali che riguardano la ricerca di un impiego, sia che si tratti di laureati in triennale, diplomanti o coloro che hanno la terza media, sono minori in rapporto a quelle delle altre Nazioni dell’Ocse.

In ogni caso laurearsi implica garantirsi un maggiore livello di occupazione e dunque retribuzione, rispetto a coloro che hanno invece un livello di istruzione inferiore, nonostante in Italia lo stipendio risulti di gran lunga minore degli altri Paesi Ocse, considerando una media lavorativa che va dai 25 ai 64 anni. Altra discrepanza è la condizione lavorativa delle donne: al contrario degli uomini che anche con il solo diploma di scuola media riescono a trovare un impiego, solo una donna su tre invece lavora se ha la terza media; mentre almeno il 70% delle laureate riesce ad avere un posto fisso. Non ultima, è la condizione desolante dei Neet, giovani tra i 25 e i 29 anni che non lavorano né studiano e che nel 2021, a seguito soprattutto della pandemia, è aumentata notevolmente (39,2% donne e 30,3& degli uomini).

Laurearsi in Italia

Scegliere bene l’Università da frequentare aiuta sicuramente a spianare la strada nel mondo del lavoro. Al contrario degli altri Paesi Ocse dove le lauree triennali sono le più gettonate (19%), in Italia con la riforma Berlinguer, che ha introdotto il “sistema del 3+2” (laurea triennale+laurea magistrale), il percorso di studi si è allungato e in pochissimi riescono a laurearsi nei primi 3 anni (5%), rispetto ai laureati alla magistrale (14%).

L’altra differenza sta nei corsi selezionati dagli studenti: in molti Paesi dell’Ocse si prediligono i corsi politici, economici e gestionali, mentre in Italia quelli letterari o artistici. Il che implica un numero assai inferiore di posti di lavoro. I corsi più richiesti rimangono comunque quelli a indirizzo sanitario e sociale e di seguito quelli di tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Rimane non ultimo la durata del percorso di studi: solo il 21% degli studenti italiani si laureano in tempo e il 53%, rispetto al 68% dei Paesi Ocse, consegue la laurea triennale.

Costo degli studi, investimenti, guadagni e divario territoriale

Le tasse universitarie italiane risultano essere anche il doppio rispetto a quelle di Paesi Europei come la Francia. Senza considerare inoltre che l’Italia occupa uno degli ultimi posti per quanto concerne soldi investiti nell’istruzione, in particolare per il singolo studente universitario, nonché per l’alunno della scuola dell’obbligo.

In aggiunta, gli insegnanti guadagnano meno rispetto ai colleghi di altre Nazioni e ai lavoratori laureati in generale; al contrario gli stipendi dei dirigenti scolastici è di gran lunga superiore a quelli dei lavoratori che hanno un’istruzione terziaria (più del 73% rispetto al 31% della media europea).

Un deficit da non sottovalutare è infine la disuguaglianza territoriale dell’offerta formativa a tempo pieno, che nelle regioni del Sud Italia è nettamente inferiore rispetto a quelle del Nord.

Un dato positivo, che piazza l’Italia al di sopra della media Ocse, è invece la percentuale di bambini tra i 3 e i 5 anni iscritti alla scuola dell’infanzia (92%), nonostante ci sia un monte ore di insegnamento meno elevato rispetto alla media europea e come menzionato sopra un’insufficiente offerta oraria nelle regioni meridionali.

Optare a una trasformazione

Sicuramente studiare permette di ambire a un lavoro e a uno stipendio migliori, ma l’«Education at a Glance» 2022 ha evidenziato delle criticità a cui in qualche modo il Governo deve sopperire. Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli suggerisce infatti di far crescere il numero dei laureati, attualmente ancora tra i più bassi nei Paesi Ocse e aumentare i livelli di apprendimento degli studenti, che soprattutto nelle scuole secondarie sono deludenti. Raffaela Milano, direttrice Programmi Italia-Europa di Save the Children, consiglia invece di intervenire sui principi delle disuguaglianze educative e investire dunque dalla prima infanzia: raggiungere un numero adeguato di servizi e risorse in tutto il territorio e in ogni ambito, e ingaggiare personale opportunamente formato per ostacolare la “povertà” educativa.

Carla Monni
Carla Monni
Giornalista, appassionata di grafica e musicista ormai per diletto. La musica è al centro della mia professione e non solo: da anni affianco infatti la scrittura redazionale alla pratica musicale, spaziando dalla musica jazz al gospel e suonando qua e là con la mia band soul funk.
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